Streghe, Janare ed Incantesimi
Il Sannio, area della Campania interna a contatto con Molise e Abruzzo, è nota per la tradizione vinicola e per la storia antica.
Oltre ai paesaggi e ai vini Falanghina e Aglianico, il territorio è anche legato a un importante patrimonio di credenze popolari e pratiche esoteriche.
Il Sannio conserva un corpus di leggende, figure folkloriche e tradizioni magico-religiose che rappresentano una componente importante della sua identità culturale.
In questo sistema di credenze convivono la figura della “strega” (soprattutto la “Janara”) e quella delle “inciarmatrici” o guaritrici popolari, oggetto rispettivamente di timore e di riconoscimento per le loro pratiche terapeutiche.
L’articolo ricostruisce le radici storiche, le pratiche e l’eredità di queste figure nel folklore sannita.
Terra di Storia, Miti e Vini Antichi
Il Sannio (Samnium in latino) fu abitato dai Sanniti, popolo italico di stirpe osca, la cui presenza è documentata fra il VII-VI secolo a.C. e il I secolo d.C. La regione è prevalentemente montuosa, articolata intorno al massiccio del Matese, con suoli argilloso-calcarei e depositi vulcanici.
Dopo la vittoria romana su Pirro nel 275 a.C., nel 268 a.C. la città di Maleventum (il cui nome veniva interpretato come “cattivo presagio”) fu ribattezzata Beneventum (“buon auspicio”) al momento della deduzione della colonia latina. Un periodo decisivo per la formazione delle leggende locali è quello longobardo: dal VI secolo Benevento fu capitale di un ducato longobardo indipendente. La sopravvivenza di rituali pagani longobardi accanto alla religione cristiana della popolazione locale creò un terreno di sincretismo culturale da cui le narrazioni del soprannaturale trassero alimento. Le figure esoteriche del Sannio sono quindi il risultato di un intreccio pluristratificato, in cui tradizioni diverse si sono sovrapposte nel tempo.
Benevento è nota come “città delle streghe”; il soprannome è parte dell’identità cittadina e la collega a un repertorio di storia e folklore. Le leggende sono connesse a luoghi fisici precisi – il fiume Sabato, le sue gole (tra cui lo “Stretto di Barba”) e il leggendario Noce di Benevento – che fungono da scenario per le narrazioni del soprannaturale locale.
Le Streghe ed il Noce Misterioso
Le Janare, figura centrale del folklore sannita, vengono fatte risalire dai più ai culti pagani di divinità femminili come Diana, Iside ed Ecate, associate alla magia, alla luna e all’oltretomba. Una tradizione interpretativa le collega ai Longobardi convertiti al Cristianesimo che avrebbero conservato residui di riti pagani, tra cui le cerimonie in onore di Wotan/Odino sulle rive del fiume Sabato, che secondo le fonti cristiane coeve comportavano il ferimento di un cavallo e il consumo della sua carne cruda. L’etimologia del nome “Janara” è tradizionalmente ricondotta a “Dianara” (sacerdotessa di Diana) o al latino “ianua” (porta), per la capacità attribuita a queste figure di insinuarsi sotto le soglie. Il medico beneventano Pietro Piperno pubblicò nel 1639 l’opera “Della superstitiosa noce di Benevento”, una delle fonti più importanti sulla tradizione locale.
Le Janare erano comunemente descritte come figure solitarie, scortesi e aggressive. Di giorno assumevano l’aspetto di donne comuni, ma di notte si trasformavano in esseri terrificanti con capelli sporchi, occhi spiritati e unghie lunghissime. Si credeva che volassero ai loro sabba dopo essersi unte il corpo nudo con un unguento magico, che le rendeva anche invisibili e permetteva loro di passare sotto le porte.
Le loro azioni malefiche erano numerose e temute. Si intrufolavano nelle stalle per rapire le giumente e cavalcarle fino all’alba, lasciando le criniere annodate in treccine, e si pensava che scioglierle avrebbe causato la morte dell’animale. Spesso, le Janare erano accusate di provocare una sensazione di soffocamento notturno, oggi spiegata scientificamente come paralisi del sonno, ma che nel folklore trovava una spiegazione soprannaturale. Erano considerate particolarmente crudeli con i bambini, causando loro soffocamento, tormento, aborti, infertilità e morti in culla. Altri malefici includevano lo scatenamento di tempeste, la distruzione dei raccolti, forti emicranie e paralisi. Per difendersi dalle Janare, la tradizione popolare suggeriva di posizionare una scopa o un sacchetto di sale davanti alla porta, costringendole a contare i fili o i grani fino all’alba, momento in cui perdevano il loro potere. Altri rimedi includevano appendere piccole forbici aperte o un occhio di lupo al collo dei bambini, o posizionare un libro religioso sotto il materasso. Si credeva che afferrare una Janara per i capelli potesse garantire protezione per sette generazioni.
Il fulcro indiscusso delle leggende stregonesche è il mitico Noce di Benevento. Questo albero leggendario era il luogo di ritrovo per i “Sabba”, dove streghe da ogni dove si riunivano per riti, danze e celebrazioni orgiastiche. Sebbene la sua ubicazione fisica sia oggi incerta, la tradizione orale lo colloca in diversi punti, inclusi i terreni del nobile Francesco di Gennaro o la gola dello “Stretto di Barba”. I sabba erano descritti come eventi che potevano includere violenza iconoclasta e persino atti di cannibalismo, richiamando i tiasi dionisiaci. Anche la notte di San Silvestro era un momento significativo per i loro rituali, con l’intento di influenzare il destino dell’anno a venire. La celebre formula “Unguento unguento / Portami al noce di Benevento / Supra acqua et supra vento et supra ad omne malo tempo” era recitata dalle streghe per volare verso il Noce. Il Noce, in questo contesto, assume la funzione di uno spazio liminale, una soglia tra l’ordinario e lo straordinario, il mondo umano e quello soprannaturale, il cristiano e il pagano. La sua persistenza nel folklore, nonostante i tentativi di soppressione, sottolinea il potere duraturo di un luogo dove i confini si dissolvono, permettendo azioni sia terrificanti che, in un certo senso, liberatorie.
Oltre alle Janare, il folklore sannita annovera altre figure stregonesche. La Zucculara, una strega zoppa che infestava l’area del Triggio (vicino al Teatro Romano), prendeva il nome dai suoi zoccoli rumorosi. La sua figura è associata alla dea greca Ecate, venerata ai trivi (incroci) e raffigurata con un solo sandalo. La Manalonga, invece, era una strega con un braccio lungo che abitava nei pozzi e attirava i passanti nelle profondità, riflettendo la paura ancestrale delle fosse e delle buche come possibili varchi per l’oltretomba. Figure simili si ritrovano in altre regioni del Sud Italia, come le Maciare in Irpinia, le Stiare in Puglia e le Cogas o Bruxas in Sardegna, evidenziando un substrato culturale condiviso. Questa demonizzazione delle figure femminili con conoscenze alternative, come le erbaie o le levatrici, e la loro associazione con il male, riflette un processo storico di controllo sociale e di soppressione delle forme di autonomia femminile nelle comunità rurali.
Figure Esoteriche del Sannio
| Nome Figura | Caratteristiche Distintive | Leggende/Poteri Associati |
|---|---|---|
| Janara | Solitaria, scortese, aggressiva; appare come donna comune di giorno, spaventosa di notte; vola con unguento, si infila sotto le porte. | Rapisce giumente e ne intreccia le criniere; provoca soffocamento notturno (paralisi del sonno); causa aborti, infertilità, morti in culla. |
| Zucculara | Zoppa; indossa zoccoli rumorosi; infesta il Triggio (Teatro Romano). | La sua figura si ispira alla dea Ecate, venerata ai trivi, che portava un solo sandalo. |
| Manalonga | Possiede un braccio lungo; abita nei pozzi. | Tira giù chiunque passi nelle vicinanze; i pozzi sono visti come varchi per l’inferno. |
Le Inciarmatrici
A differenza delle Janare, le “inciarmatrici” (o curatrici, erbaie) rappresentavano figure di guarigione e protezione nel Sannio. Erano donne che assistevano le famiglie con la medicina popolare e proteggevano dal “malocchio”. Possedevano una profonda conoscenza delle erbe officinali e alimurgiche, utilizzate per preparare pozioni, filtri e unguenti. Alcune fonti suggeriscono che fossero spesso donne vedove o single che distillavano erbe, e i risultati, talvolta letali, potevano portare alla loro demonizzazione.
Le loro pratiche di guarigione si basavano su un’operatività “magico-rituale” che combinava magia, divinazione e azioni terapeutiche. Un esempio è l’atto di “inciarmare” i vermi, un rituale preliminare per immobilizzarli e renderli inoffensivi, spesso riferito a crisi convulsive nei bambini attribuite ai vermi ma in realtà legate all’innalzamento della temperatura corporea. Questa medicina tradizionale era personalistica, e i praticanti, spesso paragonati a “maghi o stregoni”, operavano al di fuori dei circuiti medici formali. La capacità di guarire veniva spesso trasmessa oralmente, in particolare la notte di Natale, attraverso la condivisione di segni e parole. I veri guaritori, si diceva, dovevano essere generosi, mantenere il segreto sui riti e accettare solo doni spontanei, non denaro.
La medicina popolare del Sannio è ricca di conoscenze erboristiche. Le “erbe di San Giovanni”, raccolte nella notte del solstizio d’estate (23-24 giugno), erano considerate particolarmente potenti grazie alla “rugiada magica”. Queste erbe venivano spesso legate in mazzetti con sette nodi e poste all’ingresso delle abitazioni per proteggere dal malocchio e dagli incantesimi.
L’uso dei nodi era un’altra pratica comune tra streghe e Janare. Il nodo simboleggiava la concentrazione di forze, utilizzato per incantesimi d’amore (legando simbolicamente una coppia) o per rendere gli uomini impotenti. Il “nodo di Iside” nell’antico Egitto simboleggiava l’eternità. Il canto rituale era essenziale per infondere energia nell’azione e nel materiale.
Il confine tra guaritrice rispettata e strega temuta era spesso labile, specialmente durante i periodi di persecuzione religiosa. Figure come Bernardino da Siena predicavano contro le donne che praticavano la medicina popolare, contribuendo alla loro demonizzazione. Se i rimedi fallivano o avevano effetti avversi, queste donne potevano essere facilmente accusate di stregoneria, evidenziando la precarietà della loro posizione sociale. Le tradizioni esoteriche del Sannio rivelano come le società interpretassero e rispondessero a fenomeni inspiegabili, siano essi naturali o fisiologici, attraverso una combinazione di credenze magiche, osservazioni pratiche e meccanismi di controllo sociale. La medicina popolare, sebbene pre-scientifica, rappresentava un sistema funzionale di assistenza sanitaria che offriva conforto e cura in un ambiente difficile, e la sua demonizzazione comportò la perdita di preziose risorse comunitarie.
La Caccia alle Streghe
La persecuzione delle streghe in Europa si intensificò a partire dal XV secolo, alimentata da testi come il Malleus Maleficarum (1486), che forniva linee guida per l’identificazione e la tortura delle presunte streghe. Si stima che oltre 50.000 persone furono condannate a morte in Europa nell’arco di tre secoli. Anche nell’Italia meridionale, sebbene inizialmente le pene fossero rare, le accuse e i processi per stregoneria si moltiplicarono. Le vittime erano spesso individui umili e poco istruiti, facilmente manipolabili dagli inquisitori.
A Benevento, le prime tracce storiche legate alle streghe sono connesse a Bernardino da Siena, che predicava contro le donne che praticavano la medicina popolare, contribuendo alla loro demonizzazione. Il caso più celebre è quello di Matteuccia di Francesco, detta Matteuccia da Todi, processata nel 1428. Questo fu il primo processo in cui fu esplicitamente usata la parola “strega”. Accusata di essere “incantatrice, fattucchiera, maliarda e strega”, Matteuccia contava tra la sua clientela non solo contadini ma anche personaggi di alto rango. Sotto tortura, confessò di aver volato al Noce di Benevento sotto forma di gatta a cavallo di un demone caprone. Fu anche accusata di aver ucciso cinque bambini e di aver consumato sangue di neonato, accuse che i giudici non misero mai in dubbio. Matteuccia fu bruciata sul rogo il 20 marzo 1428. Nelle carte processuali è riportata la famosa formula che Matteuccia recitava: “Unguento unguento / Portami al noce di Benevento / Supra acqua et supra vento et supra ad omne malo tempo”. Questa frase fu ripetuta anche da Mariana di San Sisto, condannata al rogo nel 1456, con riferimenti al Noce e al Sabba. Altri processi del XVI secolo menzionano Benevento e il Noce, come quelli di Bellezza Orsini, esperta di erbe medicinali, e Faustina Orsi, arsa viva a 80 anni.
Gran parte delle testimonianze documentarie sui processi di stregoneria a Benevento è andata perduta: oltre 200 verbali dell’archivio vescovile furono distrutti nel 1860, e ulteriori documenti scomparvero durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante la perdita delle fonti, le leggende relative a Janare e Noce di Benevento sono sopravvissute nella tradizione orale. La caccia alle streghe in area sannita, alla quale contribuirono anche le predicazioni di Bernardino da Siena, ebbe funzioni di controllo sociale e religioso, in particolare nei confronti delle donne che praticavano forme alternative di sapere medico e rituale nelle comunità rurali.
Eredità Esoterica
Le Janare continuano a essere una fonte di timore e fascino nel Sannio, e le loro storie sono ancora narrate in molti villaggi, spesso con varianti locali. Sebbene la scienza moderna possa spiegare fenomeni come la paralisi del sonno (il “soffocamento” attribuito alle Janare) , le leggende persistono, consentendo una rispettosa distinzione tra mito e realtà scientifica, pur preservandone il fascino culturale. La persistenza di queste narrazioni, anche in presenza di spiegazioni razionali, mostra il valore culturale che la comunità continua ad attribuirvi.
Benevento abbraccia con orgoglio il suo soprannome di “città delle streghe”, rendendo questo patrimonio esoterico un elemento centrale della sua identità. Le leggende sono state con il tempo reinterpretate come risorsa culturale ed economica del territorio. Un esempio è il Liquore Strega, prodotto a Benevento dalla famiglia Alberti dal 1860 e ispirato nel nome alla tradizione delle streghe beneventane. Il balletto “Noce di Benevento” di Franz Xaver Süssmayr (1802) ha ulteriormente consolidato la leggenda nella cultura più ampia.
Oggi, il Sannio offre esperienze turistiche dedicate al suo lato misterioso. Tour specifici, come la “Janare Experience” di Sannio Experience, invitano i visitatori a esplorare i vicoli di Benevento ascoltando racconti di streghe e riti antichi, guidati da esperti. Questi percorsi sono presentati come un’opportunità per “varcare una soglia temporale” e scoprire una Benevento che è “molto più di quello che appare”. La regione vanta anche altri luoghi “segreti” ed esoterici, come l’Obelisco Egizio (testimonianza dell’antico misticismo di Benevento), il Museo Strega, le misteriose Piramidi del Sannio (vicino a Sant’Agata de’ Goti) e il “Giardino del Mago”. Anche alcune feste tradizionali locali richiamano antichi cicli agricoli e momenti di passaggio: è il caso del Carnevale di Sassinoro, che conserva cinque rappresentazioni di origine molisana tra cui “I Mesi”, in cui dodici attori impersonano i mesi dell’anno in un rituale connesso al calendario agricolo. La gastronomia sannita, con piatti tipici della tradizione beneventana e specialità come il croccantino di San Marco dei Cavoti, fa parte di questa stessa identità culturale.
La trasformazione delle leggende in risorsa culturale è un esempio di come un folklore radicato, pur legato a vicende storiche difficili, possa essere reinterpretato in termini di identità e offerta turistica.